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15:24, l’ora del viola

15:24, questo è l’orario esatto in cui le donne in Svizzera dovrebbero lasciare il posto di lavoro affinché la retribuzione del loro tempo lavorativo sia equivalente a quella degli uomini; il viola, invece, è il colore ufficiale adottato dal movimento femminista che dal 1991 manifesta in piazza. Oggi vogliamo analizzare le grandi differenze che le donne ancora incontrano nel lavoro e la discriminazione che purtroppo spesso si manifesta.

Venerdì scorso (il 14/6 ndr), ben 28 anni dopo il primo sciopero generale delle donne in Svizzera, centinaia di migliaia di donne hanno manifestato nelle piazze di tutta la Svizzera per chiedere salari più alti, equità e la fine delle molestie sui posti di lavoro.
Questa situazione desta scalpore in una nazione che risulta spesso all’avanguardia in tanti settori, ma le voci delle manifestanti testimoniano il contrario, voci che sono state confermate anche dal Ministro elvetico dell’interno Alain Berset, che così ha twittato: “La parità tra donna e uomo non è ancora una realtà; salari più bassi; pensioni più basse; meno donne in posizioni direttive; ripartizione iniqua dei compiti domestici; violenza domestica e molestie sessuali. Siamo chiamati ad agire #adesso” (quì trovate il link al tweet originale) https://bit.ly/2XjHA38

 

14 GIUGNO 1991

Le radici di questa contestazione risalgono ai primi anni Novanta.
Era il 14 giugno 1991 quando la parte femminile della nazione si fermò completamente, incontrando il disappunto dell’Unione Sindacale Svizzera che, ben conscia della disparità dei trattamenti (come ricorda la storica Elisabeth Joris le donne non percepivano in alcune situazioni nemmeno il salario), arrivò addirittura a consigliare di non definire la manifestazione uno sciopero ma una ‘Giornata d’azione’ anche per via del fatto, come fecero notare i dirigenti dell’epoca con un certo sarcasmo, che lo sciopero prevede una condizione di lavoro salariato che per moltissime manifestanti era del tutto assente.

Le difficoltà a cui si dovette far fronte furono tante e molto articolate, forti contrasti si levarono dal mondo economico e politico, e venne addirittura suggerito alle donne di non partecipare alla manifestazione per evitare di creare “imbarazzo” nei confronti degli uomini. In una realtà come quella Svizzera, dove non è consuetudine organizzare scioperi, dare voce a situazioni ‘scomode’ che andavano oltre la disparità salariale, non fu semplice gestire la situazione, Elisabeth Joris ricorda infatti che

“Lo sciopero delle donne del 1991 fu caratterizzato da una grande diversità di azioni; e questo fu reso possibile dal fatto che fu organizzato in modo decentralizzato, a differenza degli scioperi tradizionali.”

La data del 14 giugno non fu scelta a caso: ben dieci anni prima, proprio il 14 giugno 1981, era stata indetta una votazione popolare sul tema dell’Eguaglianza dei diritti tra uomo e donna. Uno stralcio del testo interno (che potete leggere per intero qui https://bit.ly/2ZA4iBr) recitava: “Ancor oggi, nel diritto federale, cantonale e comunale, uomo e donna sono, per più di un aspetto, trattati in modo diverso anche laddove siffatta disparità non poggia su considerazioni inerenti alle loro diversità naturali. Anche se, dall’inizio del secolo, lo statuto giuridico della donna si è essenzialmente avvicinato a quello dell’uomo, altri sforzi devono essere ancora compiuti.”

La consultazione popolare proponeva di cambiare il testo di allora in questo modo: “Art. 4 cpv. 2.2 Uomo e donna hanno uguali diritti. La legge ne assicura l’uguaglianza soprattutto per quanto concerne la famiglia, l’istruzione e il lavoro. Uomo e donna hanno diritto ad una retribuzione uguale per un lavoro di pari valore.”
L’esito fu positivo ed oggi il testo è integrato nella Costituzione Federale in questo modo:

Ritornando al 1991, la “giornata d’azione” non si limitò alla manifestazione nelle piazze, ma diede inizio ad una serie di confronti politici e di varie vicissitudini a volte molto negative, come quando nel 1993 ci fu la mancata elezione in Consiglio federale della candidata Christiane Brunner, alla quale fu preferito un rappresentante maschile.

La reazione delle ‘donne dello sciopero’ fu immediata ed ebbe una grande risonanza: dopo il lancio di palle di neve nei confronti dei parlamentari ritenuti colpevoli dell’oltraggio, il consigliere eletto Matthey fu costretto a dimettersi ed una settimana dopo fu sostituito da Ruth Dreifuss. Oltre a questa conseguenza, l’episodio portò ad una importante riforma: da allora infatti, venne stabilito che le donne devono essere sempre rappresentate in Consiglio federale.

Negli anni successivi sono entrate in vigore svariate leggi e modifiche circa lo stato di parità dei sessi,

ma oggi qual’è la situazione?

 

Lo stato attuale

Clara Almeida Lozar, 20 anni, del collettivo dell’Università e del Politecnico di Losanna la scorsa settimana in occasione dello sciopero delle donne ha dichiarato che “Nel 2019, chiediamo ancora l’uguaglianza e ci rendiamo conto che bisogna inglobare molto più di questo: la cultura sessista in Svizzera fa parte della normalità, è invisibile, ci siamo talmente abituate e abituati a conviverci che non ci rendiamo neppure più conto della sua presenza”.

Questa affermazione, come tante che si possono trovare in rete o sulle pagine della carta stampata, ci da un’idea del forte dissapore che ha accompagnato la manifestazione e soprattutto ci aiuta a capire che, nonostante siano stati fatti tanti passi avanti da quel lontano 1991, resta ancora tanto da fare per raggiungere la piena equivalenza dei diritti tra uomo e donna.
Da una serie di analisi e studi condotti dall’Istituto svizzero di statistica, notiamo che le donne attualmente guadagnano in media il 12% in meno degli uomini a parità di lavoro, oppure che le donne che ricoprono ruoli dirigenziali o direzionali corrispondono solamente al 36% della forza lavoro. Se compariamo i dati relativi all’occupazione, invece, notiamo come la percentuale di uomini che risultano lavorativamente attivi con un impiego full time è dell’82%, mentre le donne nella stessa condizione sono poco più del 63%.

Le manifestazioni di venerdì hanno quindi rievocato almeno negli intenti il grande sciopero del 1991, e l’auspicio è che la voce che si è alzata a livello corale sia ascoltata e porti i frutti sperati.
Se guardiamo la nostra realtà aziendale, possiamo dire di essere in controtendenza: l’organico di Point Service risulta infatti composto in grande maggioranza da donne, a partire dai vertici e dalle figure di responsabilità.
Cerchiamo di essere attenti alle necessità dei dipendenti e ci adoperiamo affinché i trattamenti siano equi e possano andare incontro alle esigenze delle nostre collaboratrici e dei nostri collaboratori; rifiutando categoricamente qualunque tipo di discriminazione.

Il nostro augurio è che presto si arrivi a parlare di differenze tra uomo e donna come un concetto legato al passato guardiamo al futuro in un’ottica di uguaglianza ed adoperiamoci tutti perché questa condizione sia al più presto rispettata!

 

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