22Mar

A volte nella ferma convinzione di agire in buona fede commettiamo errori imperdonabili, ci capita quindi di cadere in una pericolosissima spirale negativa che in questo caso ha un nome ben preciso la “formazione reattiva” ovvero il vestito per contenuti inconsci inaccettabili e, per ciò, adattati. Per formazione si intendono tutte quelle azioni che compiamo inconsciamente per far fronte a problemi legati all’autostima; noterete che ultimamente tratto spesso questo argomento, ma come vedete esso contiene un’infinità di sfaccettature tutte più o meno legate tra loro e tutte connesse sempre alla buona riuscita di un progetto o all’ottenimento del risultato che ci eravamo prefissati; sia chiaro mi sto rivolgendo solo agli individui convinti realmente di agire in buona fede, ma che senza volerlo si comportano in modo inappropriato di fronte ai cambiamenti, non riuscendo a gestire le criticità di un percorso difficile, attingendo alla loro educazione e alla professionalità per superare un ostacolo, convinti di dare il massimo, ma in realtà preda di questo contorto meccanismo di autodifesa specialmente dei propri interessi, che ci fa compiere azioni inadatte alla situazione e nel complesso deleterie al raggiungimento dello scopo, che finirà poi con l’essere l’esatto contrario di quanto ci eravamo prefissati. Ed ecco che un’altra volta ci sfugge un obiettivo per poco e non ne comprendiamo il motivo, non ci riusciamo perché esso è stato “sabotato” dal nostro subconscio che opera sempre in gran segreto.

 

Che la gentilezza sia l’antidoto a quasi tutti i mali di questa società, per me è indubbio, ma anche questo aspetto della nostra comunicazione verso gli altri deve essere allenato e ben disciplinato, come del resto tutti gli altri trattati nei precedenti articoli. Spesso infatti corriamo il rischio di non accorgerci che dietro la nostra “reale” volontà di essere gentili si celi invece un malessere profondo derivante dalle più disparate situazioni, potremmo essere infatti caduti in una subdola trappola mentale del nostro Io inconscio che si definisce formazione reattiva individuata come uno dei principali meccanismi di difesa che il sistema psichico può mettere in atto per proteggere l’Io da stimoli ansiogeni o aspetti psichici conflittuali i cosiddetti “desideri inaccettabili”; in ambito professionale possiamo considerare una situazione abbastanza comune come l’arrivo di un nuovo collega ad esempio, in alcuni casi, ribadisco in maniera del tutto inconscia, potremmo trovarci ad innescare questo meccanismo di autodifesa nel momento in cui il nostro subconscio inizia a percepire una minaccia, ecco quindi che invece di “aggredire” il nuovo arrivato, pratica che riteniamo fin da subito completamente sbagliata e sconveniente, reprimiamo il nostro cattivo pensiero ed iniziamo ad essere gentili, cortesi, disponibili, fin troppo a dire il vero, e sì, perché in realtà la nostra “mascherata” disponibilità altri non è che un sofisticato meccanismo di difesa messo in piedi dal nostro subconscio che ci porterà a compiere una lunga e intricata serie di azioni, superficialmente buone ed educate, ma mirate a minare la stabilità della controparte, ecco che potremo iniziare a sovraccaricare il nuovo collega con tantissime comunicazioni deviate e tendenziose, potremmo stabilire con lui/lei un falsa empatia cercando qualche piccolo dettaglio in comune, magari scovando qualche suo punto debole e usandolo scherzosamente o “bonariamente” per rimarcare costantemente debolezze, fatiche o inefficienza; stiamo in pratica mettendo in piedi un vero e proprio costrutto artificioso con l’intento di demolire l’autostima del nuovo arrivato e preservare la nostra zona di comfort.

 

 

La vera via che conduce alla stima è quella dei meriti.
(Baltasar Gracián)

 

 

Attenzione quindi alla gentilezza e come la dispensate, perché potrebbe nascondere il seme di un malessere profondo e ben celato dalle ”reali” buone intenzioni. Pensiamo ad esempio alla gentilezza come strumento di potere e come essa possa essere usata per ottenere facilmente il controllo sugli altri, pensiamo a un diplomatico o un consigliere; come già detto in passato, nella maggior parte dei casi, la gentilezza chiama altra gentilezza, sembra possa essere sempre un risultato positivo, ma dipende da quale è lo scopo della gentilezza che adoperiamo per comunicare con qualcuno, vogliamo veramente aiutarlo? O è entrato in gioco il nostro subconscio che prendendo le redini dei nostri scopi ci sta guidando verso una pericolosa spirale negativa? Come sempre è bene fare della sana autocritica, magari nella famosa ora quotidiana che ci prendiamo per fare il punto della situazione e organizzare i nostri programmi giornalieri; l’ora d’oro del giorno deve servire a programmare e analizzare attentamente anche l’ambiente circostante.

 

 

 

Se tieni conto dell’altrui stima per sapere quanto vali, quella è, appunto, una stima altrui.
(Wayne Dyer)

 

Ma come facciamo a capire se stiamo agendo in maniera del tutto disinteressata o lo facciamo per il nostro solo interesse? Non è affatto facile, dovremo innanzitutto fare continua autocritica, non solo quindi per quei comportamenti che riteniamo sbagliati o scorretti, ma anche per quelli che in prima analisi ci sembrano corretti e veritieri, dobbiamo sempre porci la domanda sul perché lo stiamo facendo, in che modo e soprattutto con quali obiettivi; vogliamo aiutare il/la collega o stiamo solamente proteggendo la nostra area di interesse? Stiamo davvero dando dei consigli per aiutare qualcuno a migliorare la sua posizione e la sua carriera o vogliamo solo dimostrare la nostra presunta “superiore” competenza? In sostanza l’unica domanda che dovremmo porci è sul grado di autostima che abbiamo al momento in riferimento alla figura che stiamo aiutando, ci sentiamo davvero in grado di aiutare questa persona? Se sì, come possiamo farlo senza metterla a disagio? Ora, come vedete, sono tutte domande quasi scontate, e le risposte che ci diamo potrebbero anch’esse sembrare banalmente ovvie, eppure è proprio analizzando la velocità della risposta che ci daremo e soprattutto l’enfasi con cui essa colpirà il nostro ego che dovrebbe scattare in noi un campanello d’allarme, se le risposte saranno sempre velocemente , potremmo non aver dato troppo peso alla nuova sfida che ci si propone davanti, e ricordiamoci sempre che uno degli errori più frequenti ma estremamente deleteri per il nostro percorso di vita e professionale è proprio quello di sottovalutare una situazione. Infine perché dovrei pormi tutte queste domande? Perché l’ambiente che ci circonda, la nostra zona di comfort è composto da tutta una serie di abitudini e problemi più meno risolti nel corso del tempo (anni a volte) magari con gran fatica, questo fa sì che ogni cambiamento, per quanto esso sia percepito come positivo in prima analisi, attivi nel nostro subconscio tutta una serie di contromisure che vanno al di là della nostra valutazione oggettiva, non risentono del libero arbitrio e non sono direttamente influenzabili dalla nostra volontà. In conclusione anche se siamo fermamente convinti della nostra gentilezza e delle nostre buone intenzioni, non dobbiamo mai dimenticarci che l’errore è sempre dietro l’angolo, specie quando questo è architettato dal nostro subconscio e ci risulta, pertanto non percepibile, ben mascherato sotto uno strato di disponibilità, buona educazione e sani principi, nessuno è escluso da questo contorto meccanismo di autodifesa, e l’unica soluzione vera è quella di dar da mangiare al nostro subconscio una buona dose di autostima, che siamo in grado di creare portando avanti i nostri risultati, raggiungendo i nostri obiettivi, superando le nostre sfide, raggiungendo, insomma, quella consapevolezza sulle nostre reali capacità e agendo per spegnere tutti gli “allarmi” possibili.

 

 

#GemmaDeiNumeri1